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Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni
nazionali non sono state che società di speculatori privati
che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano
in grado di anticipar loro denaro.
Quindi l'accumularsi del
debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo
salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale
alla fondazione della Banca d'Inghilterra (1694). La Banca
d'Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo
all'otto per cento, contemporaneamente era autorizzata dal parlamento
a batter moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un'altra
volta al pubblico in forma di banconote. Con queste banconote essa
poteva scontare cambiali, concedere anticipi su merci e acquistare
metalli nobili.
Non ci volle molto tempo perché questa
moneta di credito fabbricata dalla Banca d'Inghilterra stessa
diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato
e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico.
Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver
restituito di più con l'altra, ma, proprio mentre riceveva,
rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all'ultimo centesimo
che aveva dato. A poco a poco essa divenne inevitabilmente il
serbatoio dei tesori metallici del paese e il centro di gravitazione
di tutto il credito commerciale.
In Inghilterra, proprio mentre
si smetteva di bruciare le streghe, si cominciò a impiccare i
falsificatori di banconote. Gli scritti di quell'epoca, per esempio
quelli del Bolingbroke, dimostrano che effetto facesse sui
contemporanei l'improvviso emergere di quella genia di bancocrati,
finanzieri, rentiers, mediatori, agenti di cambio e lupi di Borsa.
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