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Beni comuni e democrazia partecipativa

Proposta per la Democrazia Partecipativa nei partiti

Principi fondamentali a cui si può fare riferimento

Una democrazia partecipativa basata sul rapporto dialettico tra istituzioni e movimenti politici-culturali, si può attuare con la delega ai partiti soltanto su problemi di continuità istituzionale e con il Federalismo Municipale Solidale, trasferendo i poteri da un governo centralizzato all'autogoverno delle autonomie locali.

Auspicando la pratica diretta della democrazia partecipativa in tutte le organizzazioni istituzionali, aspiriamo innanzi tutto alla pratica della democrazia partecipativa nella gestione interna dei partiti.

Ambiti di gestione dei beni comuni

Bisogna individuare di norma le modalità di controllo e di indirizzo degli Enti Locali sugli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) per la gestione dei beni comuni. A tali livelli verranno promossi Consorzi di autonomie locali, cui è affidata la tutela e la conservazione dei beni comuni in rapporto con i territori, con i cicli globali, il suo godimento e la sua riproducibilità.

Come è noto, la gestione di alcuni servizi pubblici ( acqua, rifiuti) è prevista attraverso gli Ambiti territoriali ottimali (ATO).
L’attuazione di questo indirizzo però ha portato ad una ulteriore separazione nella gestione degli stessi ( gli ATO per la gestione del Ciclo Idrico integrato non coincidono con quelli per i rifiuti) con l’inevitabile perdita di una visione unitaria e con duplicazione di costi .

Se poi consideriamo che nel frattempo si sono inserite nuove normative per la riduzione del consumo energetico, per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, per la ottimizzazione del recupero e riutilizzo delle risorse, si evidenzia come questo modello sia superato ed inadeguato.

In questi ultimi anni sta maturando la consapevolezza del valore di una gestione integrata tra questi servizi: ad esempio è possibile produrre biogas negli impianti di depurazione utilizzando le frazioni organiche della raccolta differenziata, è possibile sviluppare fonti energetiche rinnovabili a partire dalle biomasse del circuito rifiuti, è possibile avviare nuove attività imprenditoriali a partire dal recupero delle acque dei depuratori e del calore dei grandi impianti energetici, ecc.
In sostanza, l’economicità e i minori costi nelle gestioni sono possibili non solo (e forse non tanto) attraverso la definizione di grandi dimensioni delle singole società monoservizi, ma attraverso una gestione integrata degli stessi anche su territori meno vasti. Con l’ulteriore beneficio di non allontanare troppo la gestione dei servizi dai cittadini, e in definitiva, dagli utenti interessati.

In questo nuovo scenario si inserisce pertanto la proposta di costituire un unico ATO Ambientale, su un territorio non necessariamente vasto (es.bacino idrografico), incaricato di gestire tutte le tematiche relative ai servizi ambientali (acqua, rifiuti, energia) cercando di individuare le migliori azioni integrate tra gli stessi.

In questo ATO ogni Sindaco potrà esprimere al massimo le proprie funzioni di indirizzo e controllo, riducendo in tal modo i maggiori costi necessari a finanziare strutture duplicate o triplicate.
In questa proposta deve ovviamente trovare adeguato spazio un ruolo anche di promozione di nuove tecnologie e di nuove soluzioni che partano proprio da interessi pubblici e da esperienze gestionali consolidate e legate al territorio.
Solo così si avvieranno processi virtuosi come le raccolte differenziate spinte porta a porta, il recupero delle risorse, lo sviluppo di sistemi energetici integrato, il rispetto dei delicati equilibri territoriali e ambientali.

Gestione dei beni comuni

Dalla Costituzione della Repubblica Italiana (Parte seconda - Titolo V Art. 118 [24])
...
Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.

Come si legge dalla Costituzione è possibile promuovere organismi di controllo dei cittadini su attività di interesse generale come la gestione territoriale partecipata dei servizi pubblici.
Per questo scopo, in ogni Comune dovrebbe essere costituita la Consulta dei Beni Comuni, composta da cittadini singoli ed associati che esprimono interessi generali sui beni comuni, che garantisca la valorizzazione e la gestione partecipata dei beni riconosciuti come comuni.
Il Comune dovrebbe mettere a disposizione della Consulta luoghi attrezzati dove potersi incontrare, avere facile accesso alle informazioni, autogestire attività, etc.

L'ufficio della partecipazione (dipendente dal Consiglio comunale) metterà a disposizione in ogni fase, informazioni, documenti e aiuta l'organizzazione tecnica delle diverse forme partecipative necessarie.

Per la gestione dei beni comuni deve essere previsto un percorso decisionale partecipativo e vincolante.
In particolare la gestione dei servizi connessi ai beni comuni deve avvenire secondo le politiche pubbliche e con forme di partecipazione diretta che escludono il ricorso a forme privatistiche e di mercato.

Questo significa pensare forme di proprietà delle imprese di servizi, e della loro gestione, che esprima con forza la presenza dell’utenza nel controllo e nella valutazione dei risultati.
Ripensiamo, quindi, alle modalità di partecipazione in chiave di efficienza sociale: capacità di individuare i bisogni e maggiore efficacia contro maggiori costi applicativi.

Bisogna allora rivedere la gestione dei servizi pubblici proponendo la seguente modalità di gestione pubblica partecipata:

  • Alla gestione dei beni comuni si associa la Consulta dei Beni Comuni, sopra definita
  • Assegnazione della proprietà delle reti e della gestione dei servizi ad un soggetto totalmente pubblico, per consentire una assegnazione in House.
    Una Società a capitale interamente pubblico a condizione che la società realizzi la parte più importante della propria attività con l’ente o con gli enti pubblici che la controllano, cioè non può partecipare ad altre società o enti. Inoltre la società deve avere l'obbligo di far entrare nel consiglio di amministrazione della società anche i rappresentanti della Consulta dei beni comuni.
  • Oppure istituire per la gestione dei beni comuni Consorzi, Aziende Speciali e Municipalizzate; articoli 31 e 114 del Tuel. E per innovare rispetto al passato aggiungere in ogni loro Statuto l’obbligo del Bilancio Partecipativo. Tra l'altro le norme vigenti già affermano il principio che debba esserci la partecipazione degli utenti “nelle forme, anche associative riconosciute dalla legge, alle procedure di valutazione e definizione degli standard qualitativi” che presiedono all’erogazione dei servizi pubblici (D.Lgs. n. 286/1999, art. 11, c.1)
  • Gestione integrata dei servizi pubblici con la proposta di costituire nell'ambito del rispettivo bacino idrografico un unico ATO Ambientale (acqua, rifiuti, energia).

Beni comuni

E' importante capire cosa si intende per "beni comuni".
I beni comuni non consistono nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale.
I beni comuni sono beni universali cioè di interesse generale, perche' soltanto insieme e' possibile raggiungerli:
i beni comuni sono beni indivisibili, accessibili a tutti, condivisibili da tutti e patrimonio di tutti.

I beni comuni sostanziano il contratto per vivere insieme che ciascuna comunità umana si dà; non è possibile di conseguenza alcuna decisione di alienazione degli stessi e diventa necessaria una loro gestione partecipata.

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