Esistenzialismo agnostico

Il significato etimologico di esistere è ex-sistere, cioè in latino "essere fuori da": in qualche modo cerchiamo di uscire fuori da noi stessi e guardare l'essere come qualcosa di altro, che non ci appartiene, lo analizziamo "fuori da noi" e questo è già un primo passo verso l'esistenzialismo.
Le domande sull'essere e sull'esistere, pur essendo distanti dalla realtà del singolo nella sua quotidianità, lo riguardano nella sua interiorità, nel suo sentirsi un "ego" rispetto al mondo.
Queste domande sono quindi avvertite e poste come fondamentali nel momento in cui l'io è in crisi rispetto al vivere e all'"essere nel mondo", e si chiede la ragione del proprio esistere come sua parte e del suo rapporto con esso.

L'individuo, percependosi come ente particolare, ovvero unico fra tutti gli enti, si interroga sul senso della parola esistere, ma fallisce la risposta, poiché non se ne ha (o non se ne può avere) sufficiente conoscenza; gli esseri umani si avventurano nel percorso dell'esistenza come chi si muove nell'oscurità armato solo di una piccola candela che rischiara a malapena ciò che lo circonda.

A questo punto avere un atteggiamento concettuale con cui si sospende il giudizio sull'esistenza porta verso un esistenzialismo agnostico (dal greco a-gnothein let. "non sapere").
Nell'esistenzialismo agnostico, secondo un approccio di conoscenza della realtà di tipo esperienziale e non dogmatico, il soggetto si pone il problema dell'esistere, senza legare l'uomo alla divinità, ma nello stesso tempo vive l'impossibilità di risolverlo razionalmente.
L'esistere da problema diventa un mistero e come tale trascende l'analisi razionale. Il mistero dell'esistere, accettato e vissuto, diventa parte dell'esperienza del singolo individuo.

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